Stavamo meglio di tutti e invece scopriamo di essere “attaccati a una parete.” Avevamo un genio della finanza creativa e ci ritroviamo con i soliti condoni e i rastrellamenti  estemporanei di denaro. Niente di strutturale e niente contro gli evasori, i grandi patrimoni, i tesori occulti o sfacciatamente esibiti, il lavoro nero. Niente di serio. E  un cavaliere che si è scoperto solo un allevatore di asini.

La casta-cricca-cosca ancor più di prima ha  un solo pensiero: nascondere i suoi affari, chiudere dentro l’armadio della legge bavaglio la corruzione diffusa  per non far incazzare quelli che pagheranno il conto della crisi. E per non rivelare la propria amorale cialtroneria.

L’unico metodo in questa telecrazia che si avvia a diventare teleautocrazia è il silenzio: niente indagini sui potenti e niente notizie su di loro. Come non si riesca a capire che l’informazione è la base stessa della libertà, rimane per me un mistero doloroso.

Eppure, nonostante una parte del Paese si ribelli, il piano andrà a segno perché sono troppi quelli che chinano la testa ricevendo il piatto di lenticchie e soprattutto sono tanti quelli che non partecipano,  disinteressati per idiozia morale, dispersi intorno al loro ombelico  o confusi da una moderazione che è solo vigliaccheria.

L’Italia diventerà definitivamente una specie di sultanato: la crisi con le paure che scatena e le difficoltà che annuncia non aiuta  a guardare con lucidità al futuro e nemmeno ai propri interessi. Fa il gioco del padrone e dell’oligarchia di rapina.

Del resto è questo il destino di un Paese che vive con desideri che ripugnano alla sua buona coscienza e una buona coscienza che ripugna ai suoi desideri