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La Grecia che verrà

Da ragazzino, appollaiato nella galleria di un cinema parrocchiale, ebbi modo di vedere una rassegna di film di guerra giapponesi, scovati chissà dove dai padri dell’Antoniano che avevano appena scoperto lo Zecchino e gli zecchini. L’andamento era esotico e assurdo: i jap vincevano sempre  salvo gli ultimi cinque minuti nei quali per ragioni imprecisate venivano rovinosamente e definitivamente sconfitti.

Dopo tanti anni ho un nome per questa formula narrativa: tremontismo. Da due anni e più sentiamo dire che il governo e il suo maggiore ministro hanno previsto la crisi, l’hanno affrontata nel modo migliore, che stiamo molto meglio degli altri, che c’era un obbligo all’ottimismo. Negli ultimi cinque minuti apprendiamo invece che era tutta una balla, una finzione, che occorre stringere la cinghia, che il Paese ha necessità urgente di una cura alla greca.

E, come ad Atene, non si toccheranno affatto le rendite, l’evasione, la corruzione miliardarie delle cricche, il lavoro nero, ma gli stipendi del settore pubblico e le pensioni, la sanità e i servizi. Con un’aggravante: che l’Italia ha livelli di salari agli ultimi posti tra i Paesi dell’Ocse, ha strumenti inadeguati di welfare e sostegno sociale, una disoccupazione reale superiore a quelle delle statistiche, una sottoccupazione galoppante, un debito stratosferico. Insomma non ci sono spazi di manovra se non quelli che l’esecutivo non vuole affrontare, visto che sono le radici stesse del suo “progetto”.

Per di più abbiamo un governo padronale attento solo al consenso, guidato nelle sue scelte da una Lega con concezioni economiche rudimentali, puntellato da un ministro economico che finora ha fatto il minimo sindacale e la cui creatività si è esaurita in banalità contabili. Per di più con un’opposizione invischiata in lotte intestine ormai d’annata.

Insomma siamo nella tempesta con la sala macchina allagata e un vecchio nocchiero ubriaco di sé al timone. Si profila una resa senza condizioni alla realtà.

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