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Gay, de rerum natura

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E’ da ieri che una domanda mi frulla in testa e non riesce a trovare soluzione: che significa “famiglia naturale”? Si perché è proprio questa espressione presente nella Costituzione, che ha permesso alla Corte costituzionale il pilatesco rinvio al legislatore del problema legato al matrimonio da due persone dello stesso sesso.

E’ abbastanza evidente che l’espressione, presa di per sé,  non ha alcun significato: la famiglia è un istituto storico, che ha conosciuto enormi differenze attraverso i secoli e dunque non ha assolutamente nulla di naturale. Semmai ha molto di innaturale prevedendo una serie di questioni morali e patrimoniali che sono l’assoluta antitesi della naturalità.

In effetti la frase ha un senso solo se la si rapporta ad un’ideologia cattolica che vede la sessualità come subordinata alla procreazione e regolata attraverso la benedizione divina. Infatti l’avvocato dello Stato, rappresentante del governo, ha portato come argomento davanti ai giudici il fatto che il matrimonio si basa “sulla differenza dei sessi”, cosa che in realtà non è scritta da nessuna parte, se non nelle connotazioni nascoste di quel “famiglia naturale”.

Certo la natura a cui fa riferimento gran parte del cattolicesimo post tridentino e molta parte della cultura idealistica anche laica, dunque la cultura prevalente nell’assemblea costituente, corrisponde piuttosto a un concetto di natura fatalmente modellato secondo modalità sociali, interessi economici e pregiudizi intellettuali. Ma il fatto è che oggi non possiamo più prescindere  dall’insieme di conoscenze certe che abbiamo: una delle quali è che l’omosessualità rappresenta uno dei fatti più naturali in cui ci imbatte studiando le specie superiori diploidi.

La ragione è complessa e vi risparmierò le teorie anche matematiche che la spiegano: in sintesi si può dire che la sessualità viene gestita in modo molto più ampio rispetto alla sua funzione riproduttiva e per moltissime specie, quella umana compresa, il vantaggio selettivo di avere un certo numero di scostamenti dalla norma è molto superiore rispetto a quello di un marginale aumento di fecondità totale.

Dobbiamo dunque negare il matrimonio ai gay sulla scorta di un’idea della “famiglia naturale” che nasce da una visione radicata nell’universo aristotelico e del tutto avulsa da ciò che invece sappiamo? E dobbiamo negarlo nonostante le reiterate dichiarazioni di eguaglianza fra gli uomini? E dobbiamo negarlo nonostante le sofferenze che si infliggono?

Solo la Chiesa cattolica può continuare ad avere un’idea di natura così tolemaica, astratta e platealmente falsa, secondo un’evoluzione inversa che va da Teilhard De Chardin a Bertone. Ma questo spiega anche perché le gerarchie si ostinano a vedere l’omosessualità come malattia o addirittura come volontaria perversione: perché devono negare la sua realtà e perché probabilmente dentro quel mondo di pensieri, di immaturità e di negazioni, qualche volta l’omosessualità può essere una via d’uscita.

La cosa triste è che anche lo Stato ci creda.

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