Site icon il Simplicissimus

Fiat – Governo: si recita a soggetto.

Annunci

Sgradevole giornata. Per mille motivi, il diktat nucleare, il legittimo impedimento, gli scippi di democrazia che a quanto pare allarmano meno di quelli al portafoglio. Ma soprattutto per il braccio di ferro tra governo e Fiat sulla pelle dei lavoratori: i ricatti incrociati o più realisticamente la commedia delle parti ci dice quanto sia degradata la cosiddetta società civile.
E naturalmente dietro e attorno questo squallido tiro alla fune, si allunga come una scia di lumaca la nobile gara al commento e all’opinione, tanto più densa e luccicante quanto più incompetente. In realtà tra la Fiat che vuole fare più profitti comprimendo l’occupazione, in piena armonia con i principi dell’Italia berlusconiana e il governo che vuole ricevere più voti alla regionali o consensi nei sondaggi, non c’è molto da scegliere: torti e ragioni si dividono equamente. Meglio, pretesti industriali e demagogia dell’ultimo minuto si compensano.
La realtà è che non c’è via d’uscita: la situazione di oggi è maturata durante sessant’anni, nel corso dei quali la Fiat è stata un’azienda privata aiutata in maniera sostanziale dal pubblico. E fin qui non c’è nulla di strano, la stessa cosa è avvenuta in modo aperto o nascosto, in misura maggiore o minore, in tutti i Paesi produttori. Ma da noi si è andati oltre, si è fatto un inciucio demenziale che ora ci precipita addosso: si è permesso al gruppo non solo di condizionare parte dello sviluppo e degli assetti del Paese, ma gli si è permesso di rimanere senza alcuna concorrenza nazionale o straniera. I costruttori che volevano produrre in Italia sono stati intimiditi e allontanati, dando alla Fiat sia un vantaggio concorrenziale di enorme valore, sia una forza contrattuale sproporzionata. Il risultato è che la Spagna produce oggi più del doppio delle auto che l’Italia, nonostante non abbia una propria azienda nazionale (la Seat è Volkswagen). Il risultato è anche che Fiat vende in Italia i due terzi della sua produzione totale, ma vi fabbrica solo un terzo delle auto.
Quando Marchionne dice che Termini Imerese non può sopravvivere e fa paragoni con la Polonia, dimentica di dire che parte della convenienza nel produrre lassù consiste nell’economia di scala che si realizza costruendo la scocca 500/Panda in condominio con Ford che la utilizza per la Ka.
Ma Torino si guarda bene dal perseguire le stesse strategie in Italia, non vuole concorrenti nel suo cortile anche se si traveste da multinazionale. E pure sulla fabbrica di Termini sta brigando perché non vi si insedi qualche rivale anche dopo morta. No, le minacce di togliere incentivi e aiuti  non sono sufficienti, sono armi spuntate, valgono per la platea televisiva e le pagine dei giornali.  Se proprio si volesse far la voce grossa basterebbe manifestare l’intenzione di aprire ad altri costruttori, che pure ci sarebbero: Bmw per fare un esempio, oltre a parecchi gruppi asiatici.
Ma ci si guarda bene anche dal pensarlo: dopotutto la battaglia messa in piedi è solo il drammatico canovaccio di una recita. Drammatico per gli altri, naturalmente, non per lor signori.

Exit mobile version