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Haiti: dall’inferno all’inferno

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Haiti è un inferno, lo è da sempre: un oscuro mondo dimenticato che nella nostra fantasia accende solo baluginii di candele e di folclore, al massimo qualche brivido per i Tonton Macoute che invece di suscitare un orrore umano e politico sono diventati il prototipo per gli zombie del cinema: il massimo contributo dell’isola alla cultura popolare dell’occidente.
 Il terremoto ha soltanto sprofondato questo “funesto slum galleggiante”, come diceva Green, in un girone più profondo dove l’orrore esce dal bozzolo della nostra distrazione.
Fino all’altro giorno, la miseria, la dittatura tribale, la morte giovane sfuggivano allo sguardo, erano soltanto un avvertenza sui depliant turistici sul deprecabile ordine pubblico e sulla cattiva manutenzione delle strade.  Ecco alcuni brani salienti di “letteratura” turistica su Haiti che fanno venire i brividi.
Un viaggiatore fai da te:”  dunque con l’automezzo delle nazioni unite abbiamo intrapreso un viaggio lungo e faticoso nella giugla haitiana, su strade difficilissime e paesaggi mozzafiato. Arrivammo a nord, a Cap Haitien e fu un paradiso. Esiste una spiaggia chiamata Labadee lkunga un paio di km, titalmente deserta in tutti i giorni della settimana meno il martedì quando sbarcano le navi della Royal Carribean. Per il resto un sogno vero, dormendo in capanne in riva la mare senza vetri alle finestre, festeggiando il capodanno con spuamente nell’acqua e mangiando aragoste appena pescate”.
Un depliant turistico: “Il carnevale, o Mardi Gras, si svolge nei giorni precedenti il Mercoledì delle Ceneri, concentrandosi soprattutto a Port-au-Prince. I più famosi gruppi musicali di Haiti sistemano sui carri allegorici giganteschi impianti stereofonici e sfilano nelle vie della città, piene di gente che balla, canta e si scatena.
Non sono brani scelti per dimostrare una tesi, ma la sostanza di ciò che si può trovare digitando Haiti su un qualsiasi motore di ricerca. Il distillato della nostra umanità viaggiatrice, ma soprattutto vagabonda.

Adesso però si è scatenata la solidarietà. Così dicono i giornali, ma ho molti sospetti anzi non ci credo proprio. Non parlo del nostro dito che ha premuto i tasti dei cellulari per donare due euro, non parlo della nostra coscienza personale che ci porta ad una istintiva compassione, parlo della grande gara che si è scatenata su Haiti. E infatti arrivano di continuo aerei e soldati senza che però gli aiuti giungano in maniera sufficiente alla popolazione, perché la cosa importante adesso è guadagnare un po’ di posto in quell’inferno geostrategico.
Gli Usa che non hanno mai fatto praticamente nulla da sessant’anni, vogliono ristabilire il protettorato sul Paese già ottenuto dal 1915 al ’57: temono che qualche altra potenza metta radici alle porte di casa. Temono anche Chavez (nella foto in un recente viaggio ad Haiti) e questo nuovo Sud America ribelle a Washington. L’Europa non vuole essere esclusa, soprattutto sulla spinta della Francia che considera Haiti una fetta di francofonia residua. Il Brasile vuole accreditarsi lì come nuova grande potenza dell’emisfero americano. Russi e cinesi non intendono essere lasciati fuori da un possibile controllo.
Spero che tutto questo possa davvero portare una vita migliore alla popolazione, se non altro come fine eterogeneo allo scopo principale. Spero che non si giochi sulla miseria per ragioni di potere, per radicarsi sfruttando il bisogno. Spero che in questa nobile gara gli haitiani contino davvero qualcosa e che per gli interessati soccorritori non siano solo un pretesto. Che non li mandino prima o poi all’inferno con la scusa che tanto ci sono già.

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