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Craxi ovvero l’Italia del non essere

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Craxi poteva stare in Tunisia, servito e riverito, al riparo da tutto, semplicemente perché aveva appoggiato, attraverso il Sismi, il colpo di stato “dolce” di Zine El-Abidine Ben Ali, sostenendolo contro il candidato della Francia e facendone un presidente a vita. E’ una cosa che i commemoranti fanno volentieri a meno di ricordare, anche se Ben Alì sarà un munifico e riconoscente ospite. Senz’altro ricambiato, visto che l’uomo fu, a suo tempo, il protagonista del tentativo di distruggere la roccaforte operaia di Gafsa. Insomma, un ottimo socialista.
Ma l’occasione è ghiotta anche per i terzisti che parlando di Bettino, il grande statista vittima della magistratura, compongono un’ode a Silvio oltre che alle proprie carriere. La cosa che sfugge, però, è il capire in che senso Craxi debba essere considerato un grande statista, visto che delle sue res gestae si ricorda in pratica solo la deleteria distruzione della scala mobile, una reaganata che oggi persino gli ultraliberisti alla Stiglitz considererebbero un passo falso. Oltre naturalmente a Sigonella e alla spiata fatta in favore di Gheddafi.. Non si ricordano invece il raddoppio abbondante del debito pubblico arrivato, lui imperante, alla stratosferica cifra di 522 miliardi di euro.
Certo c’è poi la politica, la novità rappresentata da un Psi divenuto eccentrico rispetto alla sinistra, la rottura del fronte in un caos liberista, libertino, libertario che in realtà non è mai stato qualcosa, ma l’assenza di qualcosa. E in questo senso Craxi va certamente ricordato, come il fondatore della corrente di pensiero politico che ha dominato l’Italia dagli Anni ’80 fino ad oggi: il non essere, il definirsi a partire dalla negazione…
Né democristiani, né marxisti. Ma per essere o fare cosa? I documenti del Psi, in quei congressi sempre più estetizzanti non ci illuminano, né lo fanno le prese di posizione di Bettino e dei maggiorenti del partito: puro utopismo contrapposto a una pratica sempre più da sensali. La tattica divenuta strategia, il mezzo divenuto fine. Un carattere che vediamo esaltato nel berlusconismo il cui fine ultimo è Berlusconi stesso, ma che fa capolino prepotente anche nelle opposizioni: si è sempre contro o diversi da qualcosa, ma non si riesce ad essere niente di per sé, a parte etichette posticce. E se per caso ci si riuscisse ad essere finalmente qualcosam lo si negherebbe, sarebbe in qualche modo scandaloso, si perderebbe consenso.
E questo ci porta al vero esiliato che purtroppo non può uscire dalla sua prigione: Il Paese.

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