
Insomma l’industria tedesca sembra in affanno, a corto di idee, seduta sugli allori del mostruoso avanzo commerciale, ridotta a proporre cose senza senso, auto Sturm und Drang che giocano sulla potenza per impotenza e mostrano i segni della carenza di investimenti che hanno creato un gap rispetto a cinesi, giapponesi e coreani sull’elettrificazione. E non solo: gravi ritardi ci sono anche nei settori delle infrastrutture informatiche e nella digitalizzazione. Cofattori di questa situazione sono la politica di ristagno salariale adottata da vent’anni a questa parte e la crescita esponenziale della precarietà che hanno castrato il mercato interno e l’imposizione di medesime politiche fallimentari a tutto il continente con il risultato, complice il braccio armato dell’euro, di distruggere il potere di acquisto degli europei, mentre i salari cinesi si sono quadruplicati in dieci anni. Ecco perché non stupisce che nei primi sei mesi di quest’anno la produzione industriale tedesca sia crollata dal 5,2% ( ma segni di affanno erano ben visibili fin dal 2018) portando il Paese sull’orlo della recessione.
Adesso d’improvviso hanno visto il baratro che essi stessi hanno creato e annunciano di voler tornare agli investimenti pubblici di fatto vietati dall’idiozia di Bruxelles, ma lo faranno dentro quella bolla di ipocrisia che ha contraddistinto tutta la costruzione europea da Maastricht in poi: sull’onda di Greta, che adesso sappiamo quale ruolo ha svolto, si dice di voler tornare ad investire nell’ambiente, che è uno dei tanti modi per aiutare le aziende in difficoltà e sostenere i livelli occupazionali che tendono a cedere, senza dover infrangere formalmente le leggi dell’ortodossia ordoliberista imposte a tutto il continente. Si tratta tuttavia di provvedimenti tardivi e sufficienti ad evitare la recessione solo da un punto di vista tecnico, perché se non si inverte la rotta di 180 gradi, tutta l’Europa sarà trascinata verso un ulteriore impoverimento a cominciare proprio da noi che esportiamo principalmente verso la Germania. E’ davvero paradossale che l’ossessione della crescita in nome della quale si è distrutto lo stato sociale e si è umiliato il lavoro, ha prodotto la minor crescita fra tutte le aree del mondo, ma le classi dirigenti continentali cercano di nascondere questa verità, attribuendo i cedimenti e i disastri a fattori del tutto marginali e comunque sempre dentro il contesto del mercatismo: non cercano nemmeno di interrogarsi sul perché stiano cedendo terreno in modo drammatico nei confronti di società di diversa ispirazione. Si può sbagliare, ma perseverare è il vero lato diabolico del neoliberismo.

